Gli Statuti Marittimi di Trani “Ordinamenta Maris”

Le Tavole Ordinamenta Maris o Statuti Marittimi, sono dieci realizzate in marmo, sono state poste all’ingresso della Villa Comunale nel 1968. Su di esse è stato inciso il testo degli Statuti Marittimi.

  • Testo riportato sulla tavola:

Propongono ancora, dicono e diffiniscono li predetti Consoli, che se la detta nave fusse in porto per carcarsi, li mercanti che l’havessero noleggiata, e promesso al patrone di dargli la mercantia, non la volessero poi dare, il patrone non gli può domandare altro che il quarto del nolo.

Propongono ancora, dicono e dechiarano li sopradetti Consoli, che se un patrone di nave andasse in luoghi dinetati, o ancora andasse in porto dove non dovesse andare: salvo, che non fusse per fortuna, gabella, e ogni altro danno, in questo camino, e altri luoghi dinetati e advenessero, che li marinai della detta nave vetassero al patrone, e il patrone non lo volesse fare, sia tenuto il patrone a pagare tutto questo danno, e in caso che li marinai, e anco il patrone non conoscesse questo fatto, il danno tutto che advenesse deve andare à marea.

Propone, dicono e diffiniscono li Consoli…………………

Propongono, e diffiniscono li predetti Consoli del mare, che se un marinaio si partisse con la nave dalla sua terra, e si ammalasse, esso deve havere tutta la sua parte.

File:Trani - Monumento "Statuti Marittimi" - in Piazza Quercia.jpg

Storia

Monumento agli “Statuti Marittimi”scena della promulgazione

  • Gli Ordinamenta et Consetudo Maris sono stati emanati nel 1063 nella città di Trani ad opera del conte normanno Pietro di Trani.
  • Il codice chiamato anche “Statuti Marittimi” è formato da 32 capitoli scritti in lingua volgare ad esclusione dell’incipit che è scritto in latino. Nell’incipit sono riportati i nomi dei notabili della città: Simone De Brado, Angelo de Bramo e Nicola de Ruggiero.
  • Esso costituisce il più antico codice marittimo, all’interno sono riportate le norme che regolano la navigazione, il compenso ai marinai che vengono riconosciuti come lavoratori e non come chiavi, il contratto del noleggio e le regole per i nocchieri, e per gli scrivani.
  • L’importanza di tale codice sta nel fatto di aver posto le basi del Diritto Italiano alla Navigazione.
  • Nel 1963-64 in Piazza Quercia, in occasione del nono centenario della stesura degli Statuti Marittimi è stato posto un monumento in marmo a ricordo con sopra un bassorilievo in bronzo realizzato dagli scultori Antonio Bibbò e Vito Stifano, rievocante la scena della promulgazione.
  • Nel 2011 altri cinque pannelli in marmo sono stati collocati in piazza Campo dei Longobardi.
  • Nel 2013 in occasione del novecentocinquantesimo anniversario, diversi sono stati gli eventi e le manifestazioni organizzate dalla città di Trani, tra cui la prima edizione del “Palio dei quartieri”, una regata storica nel porto tra gli equipaggi delle Confraternite storiche della città.

 

Gli Statuti Marittimi di Trani sono da considerarsi come il più antico codice marittimo del Mediterraneo nel Medioevo e costituiscono la testimonianza  più elequente della prosperità economica raggiunta da Trani nel secolo XI e dal grado di maturità civile della sua gente.

Gli “Ordinamenta Maris” sono stati pubblicati nel 1063, risultano essere, quindi, anteriori alle  Tabulae Amalphitanae. In essi  sono descritte le regole della contribuzione, delle cose trovate in mare, dei diritti e degli obblighi del padrone, dei marinai, del nocchiero, dello scrivano e del contratto di noleggio. La loro importanza stà nel fatto di  aver offerto le basi per la formazione del Diritto Italiano alla Navigazione. Negli Ordinamenta per la prima volta nella storia della navigazione, viene considerata la figura del marinaio fino a quel momento ritenuto un semplice schiavo al servizio del padrone.

Con l’avvento  ed il riconoscimento del codice tranese, il marinaio acquista una propria dignità, diventa il lavoratore che ha bisogno di essere tutelato. In termini moderni potremmo parlare di un contratto sindacale tra marinai e datori di lavoro.

Una forte presenza degli Ordinamenta Maris, si trova in piazza Quercia, cuore  del centro storico e ingresso storico verso il porto, qui si trova collocato un bassorilievo bronzeo, opera di Antonio Bibbò e Vito Stifano, eretto nel 1963 in occasione del nono centenario.

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I POPOLI DEL MARE CRETA E LA CIVILTA’ MINOICA

I POPOLI DEL MARE, CRETA E LA CIVILTA’ MINOICA

 

IL MEDITERRANEO ENTRA NELLA STORIA


Finora la storia del
l’uomo è stata la storia delle grandi civiltà dell’Antico Oriente, dove è nata la civiltà stessa. Quando la Mesopotamia, l’Egitto, la Valle dell’Indo e la Valle del Fiume Giallo, in Cina, avevano raggiunto grandi conquiste nell’ organizzazione sociale, i popoli che vivevano intorno al Medirerraneo si trovavano ancora nell’oscura preistoria. E lo rimarranno ancora per millenni.
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HYKSOS, OVVERO FENICI, BABILONESI & C.

Che fino alla prima metà del II millennio non fossero ancora nati problemi gravi tra le diverse etnie del Medio Oriente, è ben noto agli storici.

Il Direttore del comitato scientifico dell’IFAO Nicolas Grimal, nella sua celebre “Storia dell’Antico Egitto” (Laterza, Bari 1998), afferma che uno dei faraoni semiti della XV dinastia Hyksos, regnante sul Delta, “ebbe buoni rapporti” (cit., pag. 246) con i sovrani della XVII dinastia, che regnavano nel frattempo a Tebe.

Questo faraone si chiamava Jacob- Baal (1650-1633 a.C.), ed il suo nome non lascia adito al minimo dubbio sulla natura delle sue origini e della sua identità razziale. Per inciso, altri faraoni di quella stessa dinastia avevano nomi come Khjan (lo IannaV, cioè Giovanni, di Manetone e Giuseppe Flavio) ed Aawser Ra Apopi I (Aser è il nome di uno dei figli del Giacobbe biblico, fondatore dell’omonima tribù d’Israele).

Accogliendo l’invito di Martin Bernal ad adottare “come ipotesi di lavoro le colonizzazioni degli Hyksos” (cit., pag. 92), da lui peraltro associati ai Fenici, bisogna allora come prima cosa identificare il mitico Belo con il faraone Jacob-Baal. Che un Agenore, re dei Fenici, fosse suo fratello, noi non lo sappiamo, ma tenendo in considerazione l’identità razziale tra i due popoli e l’invito di Bernal, di certo non possiamo escluderlo.

A questo riguardo dobbiamo citare, a sostegno dell’ipotesi che il mito racconti almeno per una buona parte, se non tutta, la verità, un frammento non numerato del “Papiro di Torino“, collocato dagli egittologi a metà della decima colonna, in cui, sotto un rigo con il nome “Khamudy”, ne segue uno che dice “[sovrani di] un paese straniero 6, uguale a 108 anni…”.

Ora lo scrittore ebreo Giulio Africano (III secolo d.C.), descrive in effetti la XV dinastia Hyksos come composta proprio da “sei stranieri della Fenicia, che presero Menfi; che anche fondarono una città nel Nomo Sethroita (Avaris, n.d.A.) e partendo da questa base governarono l’Egitto” (cit. in A. Gardiner, “Egypt of the Pharaohs. An introduction”, Oxford 1961. Trad. it. “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997, pag. 407).

Ma anche senza le parole chiare di Giulio Africano è inevitabile dedurre che il “paese straniero” sia proprio la Fenicia. Nel Delta orientale, come mostrano gli scavi archeologici, sono stati trovati oggetti in ceramica e vari manufatti del Bronzo Medio II B, negli strati risalenti al periodo hyksos, identici a quelli trovati nella Fenicia (Libano).

Una stele ritrovata a Tanis, redatta sotto Ramses II, ma copia di un’altra risalente al regno di Horemhab, ci fa sapere che la città di Avaris divenne dominio hyksos nel 1730 a.C., ma il primo faraone semita lo abbiamo poco meno di sessant’anni dopo, con Salitis. Queste date sono importanti perché ci permettono di capire molte cose sulle dinamiche dei popoli d’allora.

Tra la fine del terzo millennio e gli inizi del secondo tutta l’area mediorientale, dal Caucaso al deserto Arabico e dalla Grecia ai monti Zagros, fu teatro di intense correnti migratorie e continui sommovimenti di popoli, alcuni dei quali passavano improvvisamente, da una fase gregaria e quiescente, ad una migratoria e di conquista violenta.

È questo il caso, ad esempio, degli Amorriti, una delle tante popolazioni semite che vivevano nel deserto arabico ai margini dei territori della mezzaluna fertile ed il cui improvviso irrompere sulla scena della Storia fece crollare l’impero sumero di Ur. Gli Amorriti s’installarono allora in parecchie città non solo della Mesopotamia ma anche, come nel caso di Qatna ed Aleppo, della Siria occidentale.

Ognuna di queste grandi città ne controllava altre minori, delle quali sapeva assicurarsi una sorta di fedeltà feudale, che a sua volta garantiva un sia pur precaria non belligeranza tra le grandi.

Questo equilibrio però si ruppe verso la fine del XVIII secolo a.C., quando salì sul trono di Babilonia il sesto re della prima dinastia amorrita di quella città, cioè Hammurabi.

Questo grande re seppe conquistarsi un posto di rilievo nella storia sconvolgendo tutte le previsioni dei suoi contemporanei, che ritenevano impossibile che il re d’una grande città potesse da solo, con la sua cerchia di piccoli alleati, essere più potente di tutti gli altri. Evidentemente tutti quei re avevano fatto i conti senza l’oste, e cioè il fatidico dio di turno che era solito promettere (e mantenere) sfracelli per il suo protetto.

Gli Amorriti di Hammurabi, “insieme ai loro fedeli alleati ariani” – gli Hurriti -, non solo abbatterono o assimilarono tutte le altre città amorrite della Mesopotamia, ma arrivarono anche in Siria, Libano (che gli egiziani nei secoli successivi chiameranno “Amurru”) e terra di Canaan, stabilendo in queste regioni solide alleanze con la potenza marittima dei Fenici.

È esattamente in questo periodo che gli hyksos diventano padroni del Delta e fondano in seguito una loro dinastia faraonica, portando con sé il cavallo ed il carro da guerra hurrita, oltre al potentissimo e micidiale arco composito.

Il loro arrivo nel Delta è preceduto e seguito da una varietà di tribù semite, dedite normalmente alla pastorizia e al seminomadismo, provenienti dal Sinai, dal deserto arabico e dalla Terra di Canaan. Il Delta diventa dunque una specie di paradiso in Terra, un crogiolo di razze d’ogni genere che vivono e convivono in pace e tranquillità.

Io non so se gli Egiziani ci misero davvero più di cento anni per imparare a costruire, ed usare, le armi hurrite.

Di certo fu l’occasionale insorgere d’un improvviso e non previsto conflitto, piuttosto grave, sorto tra le corti di Tebe e Avaris (subito dopo che divenne faraone Senakht-Kheten-Ra Taa a Tebe e durante gli ultimi anni di regno di Apophi I ad Avaris), che porterà i tebani a scacciare gli Asiatici dal Delta sotto la guida definitiva del re Ahmose. La XVIII dinastia egizia da quest’ultimo fondata, tuttavia, visse per ancora cento anni sotto l’incubo d’una nuova alleanza tra fenici e babilonesi.

Fu dunque accolta come una benedizione divina la discesa dei Cassiti dalle montagne iraniane e la loro presa di Babilonia.

Costoro erano ancora rozzi montanari, pur se tanto desiderosi di civilizzarsi, ma Toothmosis IV riuscì, forse proprio per questo, a firmare con loro un fondamentale trattato di pace e di mutua assistenza.

Succede ancora oggi, in politica, che per ragioni di Stato s’incontrano tra loro persone che altrimenti, dipendesse da loro, non s’incontrerebbero mai.

Giuseppe Flavio, se le sue parole possono valere qualcosa, nel primo libro del “Contra Apionem” scrive che “anche in un altro libro sulle cose d’Egitto lo stesso Manetone scrisse come una certa nazione, che essi chiamavano Hicsos, si trovava ricordata nei loro libri sacri, e su questo parlò correttamente.

Ciò detto, i nostri maggiori antenati si tramandavano di padre in figlio il pascolo delle bestie – 3 continua poco dopo – …Manetone, che dice d’aver tratto dai testi sacri la storia d’Egitto, e che io ho già citato quando ha detto come i nostri progenitori siano giunti in Egitto in molte migliaia e, una volta lì, abbiano sottomesso gli abitanti; dopo, confessa lui stesso, avendo perso quella (regione), ottennero in un’epoca successiva quella provincia che adesso chiamano Giudea.”

A questo punto Giuseppe Flavio s’inalbera contro Manetone accusandolo d’inventare “incredibili parole intorno ai Giudei, volendo mescolare con il nostro popolo la plebe degli Egiziani lebbrosi o di altre infermità malati che, come dice, andarono via dall’Egitto con la fuga a causa del loro abominio.”

Queste parole di Manetone, riferite un po’ confusamente da Giuseppe Flavio, hanno tuttavia, nonostante lo sdegno dello storico ebreo, un qualche riscontro documentale. Esiste una stele, scolpita sotto il regno di Hatshepsut, in cui la regina, ricordando i successi del suo regno, dice anche: “quando decisi di far partire l’abominio degli dei, la terra si spaccò sotto i loro piedi. Poi ci fu un’azione del mare, che arrivò un giorno inaspettatamente.”

Di cosa sta parlando Hatshepsut?
Le sole cose certe che possiamo acquisire da questa notizia sono che lei decise di far partire “l’abominio degli dei”, cioè i lebbrosi, e che in quei giorni vi fu un terremoto, seguito probabilmente da uno tsunami (un’azione del mare).

Sappiamo anche che nel “Levitico” ci sono due interi capitoli, 13 e 14, dedicati al problema della lebbra, a causa della quale morirono decine di migliaia di ebrei durante l’esodo e che nel libro dei “Numeri” (16, 31-32) si parla anche d’un terremoto che fece delle vittime tra gli ebrei.

Se dal Mediterraneo arrivò uno “tsunami”, questo dovette spazzar via le regioni costiere del Delta, e travolgere anche la guarnigione militare di Pelusio, il tradizionale posto di guardia della bocca orientale del Delta. I lebbrosi dunque, percorrendo come tutti la via del mare, avrebbero dovuto restare travolti ed uccisi dall’onda anomala: se invece avessero fatto marcia indietro per andare in direzione del mar Rosso, percorrendo dunque le piste dell’entroterra ed evitando così di morire travolti dallo tsunami, chi mai avrebbe potuto avvisarli di una cosa simile?

Le parole di Hatshepsut generano solo domande, ma di risposte nessuna.
Io sono convinto che la regina non stesse parlando dell’esodo degli ebrei di Mosè.

Le “Lettere di Amarna”, redatte un centinaio d’anni dopo il regno di Hatshepsut, contengono indicazioni sulle quali si dibatte da un secolo, senza che nessuno sia ancora riuscito a stabilire con certezza legami, evidenti oltre ogni ragionevole dubbio, tra i fatti biblici e quelli di cui parlano i re canaanei.

Ove questo legame ci fosse, com’è possibile che ci sia, le parole di Hatshepsut indicherebbero un altro episodio, forse sganciato dai fatti biblici ma ad ogni modo antecedente a questi di almeno una sessantina d’anni.

Di una cosa invece possiamo essere certi, e cioè del fatto che Giuseppe Flavio definisce gli Hyksos “…i nostri maggiori antenati …i nostri progenitori …il nostro popolo”.

Ma torniamo al nostro Jacob-Baal. Nell’opera teatrale “Le supplici” del tragico greco Eschilo, si narra che le cinquanta figlie di Danao, condotte dal padre, sbarcarono sulla spiaggia davanti alla città di Argo e, ponendosi sotto la protezione di Zeus, chiesero aiuto al re della città, Pelasgo (Gelenore secondo altri racconti).

Questi rimise il giudizio al popolo che, patriotticamente, decise di schierarsi dalla parte di Danao e delle sue figlie.

Fin qui la tragedia. Essa fa riferimento ad un più antico mito che narra la seguente vicenda. Io, principessa di Argo amata da Zeus, è costretta, dalla gelosia di Era, a fuggire in Egitto dove partorisce Epafo, figlio nato dalla relazione col dio. Epafo a sua volta genera una figlia di nome Libya che, amata da Poseidone (che Bernal identifica con il dio semita Baal, o l’egiziano Seth), partorisce due figli, Agenore e Belo. Il primo regnò sui Fenici, il secondo sull’Egitto.

Belo dunque – o Baal – sposò una donna egiziana che nel mito greco è chiamata Agciroh¢ (agci = vicino, roh = [fonte] che scorre) dalla quale ebbe due figli, Danao ed Egitto.

Negli elenchi dei re della XV dinastia Hyksos, il successore di Jacob-Baal risulta il già citato Khjan (suoi cartigli sono stati trovati a Creta, in Palestina, in Turchia e perfino a Bagdad) il cui prenome “Horo”, trovato scolpito su di una sua statua scoperta a Bubasti, era Jnqtaui “che abbraccia tutte le Terre”. Questo nome, pronunciato dai Greci, poteva facilmente diventare “Egitto” così come lo diventò, in seguito, anche l’espressione “Het ka ptah”, “casa del ka di Ptah”.

Per quanto riguarda la moglie di Belo, un’antica ed anonima poesia epica greca, dal titolo “Danais”, ne riporta il nome tradotto in greco, e cioè Anchiroe. Ma, poiché Anchiroe era un’egiziana, per sapere il suo vero nome egizio dobbiamo tradurre la parola greca nel corrispettivo geroglifico.
Niente di più facile. Allora abbiamo , 3s, che vuol dire “scorrere”; , “n”, “che”; e , ’t.t, “lago, sorgente”. Dunque “Asenatet”, “la fonte che scorre”.


Ma Asenat non era forse la figlia del sacerdote-capo di Eliopoli che, in Gen. 41, 45, il faraone aveva dato in moglie a Giuseppe, e dalla quale anche Giuseppe aveva avuto due figli, Manasse ed Efraim?


Dunque la vicenda di Asenat era talmente famosa tra gli hyksos da diventare leggenda e, quindi, il modello della moglie egizia per un grande capo semita!


Agenore sposò invece una donna che si chiamava Telefassa (telew = rendo perfetto, consacro; fassa = colomba. Dunque “colomba pura”), che gli diede quattro figli: Europa, Cadmo, Fenice e Cilice. Quando Zeus rapì Europa, a “bordo” d’un “bianco toro” che la portò in volo all’isola di Creta, Agenore mandò i restanti figli a cercarla ma Cadmo, sbarcato in Beozia, vi rimase fondando la città di Tebe.

È Danao, il primo figlio di Belo?
Intanto dobbiamo notare che la parola “Danao” è la versione greca del nome semita “Dan”, altro figlio del biblico Giacobbe e fondatore anche lui di una delle dodici tribù d’Israele – che tuttavia preferì, anche in seguito, alla terra promessa le esplorazioni per mare (“e Dan perché vive straniero sulle navi?”, si chiede Deborah nel celebre cantico della Bibbia [Gdc 5, 17]).

Danao dunque, padre di cinquanta figlie, al rifiuto di queste di andare in sposa ai cinquanta figli dello zio Egitto, decide di tornare con tutte quante loro nella terra della sua antica progenitrice, ad Argo appunto, dove fonda una nuova colonia. Qui abitano ancora i Pelasgi, cioè l’originaria popolazione dell’Ellade, preesistente alle invasioni achee e dei… Danai, appunto.

Se dunque le colonizzazioni hyksos e fenicie avvennero all’incirca nella stessa epoca in cui gli Achei cominciarono a calare dall’Europa del nord nella penisola balcanica, è difficile che la data espressa da Eratostene, come abbiamo già visto, per l’arrivo di Cadmo in Grecia (1313 a.C.) sia quella vicina alla verità.

Diodoro di Sicilia afferma che Cadmo istruì i Pelasgi all’uso dell’alfabeto fenicio (“Bibliotheca Historica”, III, 61.1) ed Erodoto, parlando dell’isola di Thera, dice che “il figlio di Agenore, Cadmo, alla ricerca di Europa, vi aveva fatto scalo e vi aveva lasciato alcuni fenici” (Storie, IV, 147).

Lo storico di Alicarnasso ritiene anche che “Melampo abbia appreso i riti relativi a Dionisio (Osiride presso i Greci, N.d.A.) da Cadmo di Tiro e da quelli che vennero dalla Fenicia nella regione detta ora Beozia” (cit., II, 49).

Ora Martin Bernal afferma che “i capi dorici si proclamavano ‘Eraclidi’, vale a dire discendenti dei colonizzatori danao-egizi”, e che “i re dorici continuarono ad essere orgogliosi della loro ascendenza egizio-hyksos” (cit., pag. 99).

Per capire il significato di questa affermazione, dobbiamo innanzitutto capire che i miti della colonizzazione giunta da sud avevano, nell’antichità, una potenza spirituale che noi oggi facciamo fatica a cogliere.

Il faraone della XXVI dinastia Amasi (570-526 a.C.), che gli storici definiscono “il più filelleno dei faraoni”, era perfettamente a conoscenza di ogni dettaglio del mito di Danao e delle sue cinquanta figlie. Sapeva che il principe fenicio-egizio, prima di giungere ad Argo, era sbarcato nell’isola di Rodi dove, nella città di Lindos, aveva fondato un tempio dedicato ad Atena Lindia.

Erodoto, parlando di questo faraone nelle sue “Storie”, dice (II, 182): “A Samo (Amasi) inviò doni anche per le relazioni di ospitalità esistenti tra lui e Policrate figlio di Eace; a Lindos, invece, non per qualche vincolo d’ospitalità, ma perché il tempio di Atena che è a Lindos si dice l’abbiano fondato le figlie di Danao, lì approdate, quando fuggivano i figli d’Egitto”.

Ora qui Erodoto, forse per la vicinanza del fatto di Amasi alla sua epoca, dice il vero, con buona pace di Plutarco che lo aveva definito “il padre della menzogna” (per polemica contro i discepoli di Erodoto che definivano il loro maestro “il padre della Storia”).

È infatti tuttora conservata, nell’acropoli di Lindos, a Rodi, un’iscrizione, nota col nome di “cronaca di Lindos”, in cui viene ricordata l’offerta votiva di Amasi di cui parla Erodoto.

Questo dimostra che ciò che noi oggi consideriamo mito, in quei tempi antichi era considerato qualcosa di particolarmente vivo e vero, al punto che ci si riferiva ai suoi valori simbolici per fare politica.

Non vorrei, tuttavia, essere frainteso.
Io non sto cercando di ricondurre la natura evemeristica del mito a fonte d’informazione storica. Sto cercando, dove possibile, di accostare a fonti storiche la materia del mito che, in quanto prodotto umano d’una precisa espressione culturale, nato in un preciso momento storico, non viene certo dalla Luna.

Orbene, nei miti e nelle leggende dell’antica Grecia gli elementi ellenici sono continuamente mescolati con elementi fenici e frigii, col risultato che le vicende narrate si complicano e diventano un inestricabile coacervo di situazioni e riferimenti ad altri ceppi culturali.

Una serie di elementi connessi alla vicenda di Danao per esempio, come abbiamo appena visto, ricordano molto da vicino l’intera vicenda biblica di Giuseppe e della sua famiglia.
Ma tornando alla nostra Ellade, i popoli che l’avevano colonizzata sentirono la necessità di creare un’impalcatura culturale per la loro nuova nazione, assumendo i tratti migliori di ognuno dei popoli che la componevano.

Poiché in quel periodo le nazioni nascevano e morivano con grande facilità, i Greci ad un certo momento pensarono bene d’inventare una nuova arma per la migliore difesa del territorio e la compattezza interna: il nazionalismo. Per servire questo ideale panellenico nacquero le Olimpiadi (776 a.C.), l’oracolo di Delfi (anche se dal 586 a.C., sotto la gestione tessalica, il tempio riceveva offerte anche dai barbari) ed i poemi epici, simbolo dell’identità e dell’orgoglio nazionale.

Per questa ragione nell’”Iliade” e nell’”Odissea” sono fusi insieme i contributi culturali non solo degli Achei e dei Dori, che venivano da nord, ma anche degli altri popoli, semiti, provenienti da est e da sud.

Questo, sicuramente, pensavano i Greci del IX e dell’VIII secolo. Le cose cambiarono invece, e di molto, dopo il 480 a.C., cioè dopo la celebre battaglia navale di Salamina. A quell’epoca lo strumento bellico più spaventoso della potenza militare persiana era sicuramente la flotta, costituita tutta da Fenici.

Molti storici pensano che sia questo il motivo per cui Tucidide abbia omesso di parlare, nella sua “Storia della guerra del Peloponneso”, delle colonizzazioni di Danao e Cadmo, preferendo narrare il mito, ancor più lontano nel tempo, di Elleno, il figlio di Deucalione sopravvissuto al diluvio universale. Ma se fosse stato per questo, allora avrebbe dovuto comportarsi esattamente al contrario!

Durante le Guerre Persiane, infatti, pur essendo Atene e Sparta alleate, abbiamo che la città di Argo, nel Peloponneso, e tutta la Beozia, ai confini dell’Attica, erano filopersiane e dunque il richiamo all’unità panellenica ed alla riconciliazione nazionale, a guerra finita, sarebbe stato un vero e proprio atto dovuto; tant’è che Erodoto lo fece (Erodoto nacque, secondo alcuni, proprio lo stesso anno della battaglia di Salamina, Tucidide venti anni dopo).

Qui un’occhiata ravvicinata alle date può farci capire come sono andate le cose.
Da un frammento della “Storia Greca” di Diillo e dalle “Cronache” di Eusebio di Cesarea sappiamo che Erodoto si trovava ad Atene intorno al 445 a.C. e che, proprio in quel periodo, ricevette un compenso in denaro dagli Ateniesi, dopo che aveva letto nell’”agorà” alcuni brani delle sue “Storie”.

Dunque, per quella data, il suo lavoro doveva essere, se non ancora del tutto terminato, certamente già svolto per una buona parte.
Tucidide invece dedicò tutta la sua vita a redigere la storia d’una guerra, quella del Peloponneso, che ebbe inizio nel 431 a.C.

Ebbene, in che modo lo storico ateniese avrebbe potuto parlare dei miti più recenti di un’origine che doveva celebrare il panellenismo, ma che non aveva senso in quel momento?

Lui infatti si trovava dinanzi alla tragedia d’una guerra civile – combattuta per la supremazia sull’Ellade – che aveva contrapposto Atene e Sparta, con tanto odio, per 27 anni, e che aveva anche divorato tutte le risorse dalla nazione greca. Non solo, ma anche questa volta la Beozia, con cui confinava la regione di Atene, era “naturalmente” dalla parte del nemico (ma già dalla fine della guerra peloponnesiaca Tebe capovolgerà le sue alleanze).

Per essere più chiari, Tucidide non intendeva elevare agli onori della Storia le colonizzazioni hyksos-fenicie dal momento che gli Spartani erano semiti, come ci dice anche, con una chiarezza che non lascia adito a dubbi, la Bibbia. Basta leggere i primi 23 versetti del 12° capitolo nel primo libro dei “Maccabei”.

La ragione del glaciale silenzio dello storico ateniese è scritta tutta lì, anche se la verità è talmente forte che riesce a tracimare persino nella sua stessa opera: nel primo libro della sua “Storia”, infatti, riesce a dire che l’antico nome della Beozia era “Cadmeide”, e che i “Fenici abitavano la maggior parte delle isole” (I, 8). E se lo dice Tucidide, il cui odio per i semiti ha attraversato i millenni…

da: Archeomisteri – Diritti riservati agli Autori. Riproduzione vietata.

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DALL’EUROPA ALL’ASIA

Bosforo-Dardanelli: il «Vello d’oro» passò di qui

 

 

 

 

 

 

 

bosphorus

Russia meridionale, Bulgaria, Romania, Ucraina e gran parte del Caucaso dipendono, per i loro scambi marittimi, dall’apertura dello stretto dei Dardanelli (lungo 60 km) e del Bosforo (lungo 30 km). In tempo di pace la navigazione è libera, ma la Turchia, che li controlla, può intervenire per evitare disastri ambientali. L’ipotesi è tutt’altro che remota, dato che la megalopoli di Istanbul (oltre 9 milioni di abitanti) è attraversata ogni anno da 50mila navi (in genere di tonnellaggio medio- piccolo), di cui quasi 6mila petroliere (oltre 15 al giorno) che trasportano poco meno di 3 mb/g, tra greggio e raffinati (ma furono quasi 3,5 mb/g nel 2005).

E che proprio a Istanbul le due rive si sfiorano (700 metri di distanza minima). Per limitare al massimo i rischi, la Turchia ha promosso la costruzione di varie pipeline alternative (dal Caucaso e dalla Russia meridionale) e altre sono in progetto (South Stream,dalla Russia alla Bulgaria), Nabucco (da Iran e Irak alla Bulgaria) e così via.

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MEDITERRANEAN & RED SEA

suez canal NASA imageThe Suez Canal is the longest artificially constructed waterway in the world without locks; it links the Mediterranean Sea to the Red Sea via the Gulf of Suez. The approximate length of the canal is 100 miles (163 km) and at its narrowest, the canal measures 197 feet (300 m) across in width.[1] The canal is not one continuous stretch of water from sea to sea but consists of two different parts that flow into Bitter Lake as well as the waters of Lake Manzilah and Lake Timsah. At a cost of $100 million dollars, the canal took 10 years to build.[2]

It has also been referred to as the “crossroads of Europe, Africa, and Asia” [3]because it is an important trade route that transports goods to all three continents. The canal enables ships to bypass circumnavigation around Africa’s Cape of Good Hope, cutting out an additional 6,000 miles (9,656 km).[4]

According to statistics, the canal averages eight percent of the world’s shipping traffic. In 2003, Egypt’s Suez Canal Authority (SCA) reported 17,224 ships passed through the canal. A trip through the canal can range anywhere from 11 to 16 hours at a speed of about eight knots.[5] Traveling at a slow speed prevents the canal banks from eroding from ship’s wakes. It is only wide enough however to facilitate the passage of one-way traffic but several bays have been constructed that accommodate the passing of northbound and southbound ships.

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