I Romani

 

La tradizione vuole che Roma fu fondata nel 753 A.C. da Romolo e Remo, due trovatelli allevati da una lupa. In quel periodo la penisola italica era popolata a nord da selvagge tribù celtiche ed al centro da un popolo con una cultura abbastanza sviluppata, gli Etruschi. Un altro racconto la vorrebbe fondata da Enea, figlio della dea Venere, dopo aver fuggito da Troia in fiamme e dopo un breve incontro romantico con la regina di Cartagine.

Gli abitanti di Roma avevano grande determinazione ed erano molto legati alle loro terre ed alla loro città, che volevano forte e potente. Non avevano una predisposizione all’arte ed alla cultura come gli Ateniesi, ma una cosa era assai  importante per loro: la legge. Lentamente e con tenacia i Romani hanno esteso la loro autorità da città a città, lungo la costa della penisola, formando una federazione forte, con un potente esercito per far rispettare la legge e mantenere l’ordine.

L’attività sportiva per i Romani aveva un’altra importanza rispetto ai Greci. Piuttosto che praticarla personalmente partecipando a corse e lanciando giavellotti, i Romani preferivano lasciare queste attività ai loro schiavi, lasciandoli combattere l’uno contro l’altro e contro le bestie feroci nelle arene come il Colosseo.

Ormai i Greci avevano dovuto cedere il controllo delle loro colonie che avevano nel sud dell’Italia ai Fenici, che avevano conquistato gran parte del Mediterraneo. Tuttavia, Roma ora stava crescendo e stava diventando una forza contro cui fare i conti. Ben presto si sviluppò una grande rivalità tra Roma e Cartagine. I Romani non erano un popolo marinaio ed avevano dovuto copiare le navi fenicie ed infatti costruirono molte navi per contrastare la flotta nemica. Nel 241 A.C. conquistarono la Sicilia e poi Cartagine stessa nel 146 A.C., divenendo i nuovi dominatori del mare Mediterraneo, da allora conosciuto come il “Mare Nostrum”.

L’Impero Romano al suo culmine sotto Trajano in 116 AD

L’impero romano, che controllava tutte le coste del Mediterraneo, si estese fino in Inghilterra e lungo il fiume Reno in Germania e ad est fino in Ungheria, compresa la Romania, la Turchia ed il vicino oriente.

L’attuale costa egea della Turchia era una importante provincia romana, dove puoi incontrare navigando quelle acque, delle magnifiche rovine romane ben conservate, costruite sopra quelle greche precedentemente dominate: Pergamon, Efesus, Miletus, Priene, Iassus, Didyma, Teos ecc.

Lo splendore dell’impero romano durò alcuni secoli, fino a circa il 400 D.C. quando gli invasori, i Goti ed i Vandali, discersero dal nord, e gli Unni dall’Asia capeggiati da Attila, portando con sé terrore e devastazione. L’impero romano finì con la destituzione dell’ultimo imperatore nel 476 D.C., quando incominciò una nuova era: il Medioevo.

I Greci

I Greci

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Durante questo stesso periodo, alcune tribù erranti si stabilirono in Grecia. Gli Eoli si fermarono nel nord, gli Ioni, che erano dei bravi navigatori, ad Atene ed i Dori nel Peloponneso e a Sparta.

Erano dei popoli litigiosi, sempre in guerra tra di loro. Erano insoddisfatti e irrequieti e di conseguenza sempre desiderosi di cambiamento e di miglioramenti. Forse sono state proprio queste caratteristiche a portarli ad uno sviluppo nelle arti, nella fisica ed in campo culturale.

I Greci hanno realizzato grandi imprese: in guerra, nelle colonizzazioni, nello sport, nella democrazia (vedi Pericle), nell’architettura, nella scultura (Fidia, Polykleitos, Lisippo, Prassile), nella mitologia, nell’astronomia, in geografia (Tolomeo), nel teatro (Sofocle, Eschilo) nella filosofia (Socrate, Platone, Aristotele, Parmenide) e nella matematica (Euclide, Archimede, Pitagora). Queste imprese sono largamente riconosciute e le loro opere sono alla base del pensiero occidentale.

I Greci odiavano i Persiani ed esultavano ad ogni confronto fisico. Vi sono infinite storie di guerre e battaglie fra questi due popoli. I Greci colonizzarono la Sicilia ed il sud dell’Italia. Hanno costruito magnifici templi a Paestum e ad Agrigento (anche questi due siti archeologici meritano di essere visitati), che non sfigurarono con l’Acropoli stessa di Atene.

Paestum     Agrigento

I Persiani, che conquistarono Babilonia e l’Egitto, crearono un nuovo impero minacciando gli stessi Greci. Una imponente armata attaccò i Greci a Maratona, ma fallì, come fallì anche il secondo tentativo di conquistare Atene, dieci anni più tardi. Questo fallimento è stata la fortuna nostra, perché nei successivi 100 anni, Atene avrebbe prodotto tali imprese culturali che molte altre nazioni non avrebbero potuto produrre in 1000 anni.

Comunque, solo 100 anni più tardi la Grecia era indebolita dalla guerra tra Atene e Sparta e fu sopraffatta dai vicini Macedoni. I Macedoni volevano conquistare l’intero mondo conosciuto! Questa grande avventura, iniziata da Re Filippo, proseguì brillantemente con il figlio, che presto sarebbe stato conosciuto come Alessandro il Grande. Egli conquistò gran parte del mondo allora conosciuto, che andava dalla Grecia, fino in Egitto ed in Persia, spingendosi fino in India, in pochissimo tempo. Passarono soltanto dieci anni dalla conquista di Atene, da parte di Filippo, fino alla morte di Alessando il Grande nel 323 A.C.

Si può dire che la cultura della antica Grecia ha dominato il mondo fino ai giorni nostri. Le loro magnifiche sculture erano fonte di ispirazione per gli scultori romani, i quali hanno accuratamente copiato i capolavori dei Greci per adornare i palazzi di Roma. L’architetture greca, con la sua grazia, potenza e bellezza, veniva considerata un ideale di simmetria artistica. I Romani hanno spesso disegnato i loro edifici pubblici prendendo come modello i templi greci ed in particolare il Partenone.

L’Acropolis

Durante il Rinascimento, gli Europei riscoprirono l’arte romana e greca. Con il tempo l’architettura di influenza greca sarebbe stata usata in molte nazioni. Oggi le colonne doriche e ioniche, di ispirazione greca, dominano moltissimi palazzi governativi sparsi nel mondo.

I Fenici

LE COLONIE FENICIE

 

 

 

 

 

 

L’attitudine al commercio dei Persiani è stata tramandata ai Fenici, che abitarono la costa libanese del Mediterraneo nelle città antiche di Biblos, Sidon e di Tiro. Mentre gli Egizi commerciarono fra di loro principalmente lungo il Nilo, i Fenici, che disponevano solo di una striscia stretta di terra fertile lungo la costa per sostenersi, non potevano che guardare verso il mare per sperare in uno sviluppo. E’ da qui che l’uomo ha iniziato a navigare verso ovest, conquistando altri territori.

 

I Fenici erano ben forniti di foreste di magnifici cedri ed utilizzando questo legno, costruirono barche abbastanza potenti per affrontare il mar Mediterraneo. Con queste barche viaggiarono verso ovest colonizzando nuove terre. Le loro barche erano dotate sia di vele, sia di uomini che remavano e man mano diventarono sempre più grandi.

Vi erano tre rotte per navigare verso ovest:

1.      A nord costeggiando la Turchia, la Grecia, Corfu, il tacco dell’Italia, lo stretto di Messina, la costa italiana fino all’Elba, poi l’attraversata per raggiungere la Corsica ed infine la Sardegna.

2.      La rotta verso sud seguiva la costa del nord Africa, sempre rimanendo a vista della terraferma, dove di notte si fermavano. Molti dei porti odierni distavano, per i Fenici, un giorno di navigazione dal successivo.

3.       La terza rotta, verso ovest, venne usata in seguito da marinai più esperti e con strumenti più sofisticati. Questa rotta prevedeva una navigazione in alto mare verso ovest senza terra a vista. Da Tiro navigarono fino a Cipro, poi verso Creta e Malta, arrivando a Cartagine. Navigarono di notte orientandosi con le stelle.

Cartagine domino’ la scena fino alla sconfitta dai Romani circa 200 AC.

I Fenici erano dei mercanti pacifici. Erano interessati ad incrementare i loro commerci e di fondare nuove colonie nel “Far West” di allora: in Cipro, a Rodi e nelle isole dell’Egeo. Spingendosi ancora più lontano fondarono Tharros e Nora in Sardegna; Tashish, una grande colonia commerciale sulla costa della Spagna, e la città che sarebbe divenuta la capitale di tutte le colonie, Cartagine, nell’odierna Tunisia, che si trovava esattamente al centro del Mediterraneo. (Le rovine di queste città puniche, così straordinariamente ben preservate, sono assolutamente da visitare e quasi tutti i promontori che incontrerai erano occupati dai Fenici cercando riparo per le navi nella costa sottovento)

A proposito, i Fenici sono gli inventori della scrittura moderna. Adoperarono un alfabeto di 22 lettere, utilizzata ancora oggi. La scrittura si è dimostrata rivoluzionaria per l’epoca. Ha permesso la comunicazione, e di conseguenza il commercio, tra le colonie distanti. Erano commercianti in vino, trasportandolo dal Libano, fino a che le vite furono coltivate localmente.

Una recente teoria vorrebbe che i Fenici erano dello stesso antico popolo ebreo che abitava la Palestina – Libano, che sono emigrati per lungo e per largo nel Mediterraneo e questo spiegherebbe la presenza di popoli ebrei nelle zone lontane, compreso il Marocco fin dai tempi lontani.

I miti del Mediterraneo

Adriana Pedicini  Mar, 27/09/2011

Il presente col suo pesante bagaglio (minacce di guerra, guerre in atto, profughi, esiliati, condizione dell’extracomunitario, donne tradite e violentate, bambini vilipesi) rispecchiandosi nei drammi del passato, può trovare nel racconto degli anziani l’anello di congiunzione sulle tematiche in questione e i giovani grazie sia all’autorità dei testi classici, sia al racconto (storia, favola, leggenda) spesso vibrante di emozionanti ricordi di chi ha vissuto in prima persona esperienze dolorose potranno trovare nella “memoria” appunto, se non la soluzione ai loro interrogativi, almeno una spinta a far meglio.percorsoenea10inf-2

Il mito è la memoria, il riferimento unico quando si voglia scoprire il senso delle radici, come senso di appartenenza. Ma il mito è anche favola dalle valenze simboliche e sacrali. Il mito è la speranza che si tramuta in sogno, è il sogno che perpetua la speranza. Il mito permette di andare oltre la cronaca, di superare le barriere del tempo, costruendo un bagaglio di ricordi che costituiscono la memoria storica, senza la quale non solo non è l’uomo, ma neppure una società, un popolo.

Forse la perdita di senso dell’età contemporanea è anche nello smarrimento delle radici primordiali a cui la vita tende. I conflitti che agitano l’uomo contemporaneo forse dipendono anche dalla perdita della fantasia, quella che sconfigge la storia e quindi la morte, creando personaggi e racconti nella favola, che, proprio perché tale, ritorna sempre nel suo tessuto poetico, passando di generazione in generazione e coltivando così la memoria.

Pertanto solo attraverso il recupero di una dimensione mitica si può penetrare la crisi dell’uomo e superarla. Perché il mito è oltre la storia, è la sacralità che vive il tempo abbandonandolo e ritrovandolo. Non può esserci memoria senza mito. I popoli e gli uomini si ritrovano allora soltanto nella memoria.

Noi fummo e siamo Greci. La grecità è il Mediterraneo che si fa viaggio. L’andare verso terre è penetrare il senso della storia. Una storia che si raccoglie appunto nella nostalgia perché è fatta di mito, di simboli, di echi. E di quel mondo greco noi abbiamo raccolto i profili, il sentimento del destino, il sacro e le proiezioni della divinità, l’amore e l’eros, l’eroismo, l’attesa.

Il Mediterraneo non è solo un viaggio. È soprattutto attesa. E nella cultura ellenica l’attesa è un valore. “E noi fummo Greci. E forse lo siamo ancora”. Così asserisce Valerio M. Manfredi in “I Greci d’Occidente”.

Ma il Mediterraneo ha conosciuto e conosce tuttora l’incontro e lo scontro tra civiltà. Il Mediterraneo antico fu greco, fenicio-punico, romano. Tutto un mondo arabo si trovò a fare i conti con diverse identità. Bisogna saper cogliere quell’eredità: un’eredità la cui chiave di lettura è nell’interpretazione dei miti, che ci raccontano delle avventure dei popoli.

E il mito mediterraneo per eccellenza è quello di Ulisse, seguito da quello di Enea. Il loro viaggio si compie per mare, esso rappresenta il futuro. Entrambi gli eroi hanno in comune l’esperienza di navigazione, dei ritorni avventurosi e delle sofferenze sia di chi anela a ritornare nella propria patria lontana, sia di chi, sopravvissuto alla guerra, desidera trasmigrare in nuove sedi.

Sono essi dunque i simboli che ci permettono di captare il nostro essere nel tempo, che custodiscono la memoria delle nostre radici mai recise, e che attraverso le epoche tramandano, come onde sonore, suoni di viaggi, di naufraghi, di migranti.

L’eredità è saper riconoscere queste voci che ci suggeriscono nuovi percorsi, che dentro la memoria ridisegnano il futuro. Un futuro che ora come allora è dipinto di nostalgia, che contrappone al canto delle Sirene il muto dolore dei naufraghi che a migliaia tentano di approdare a nuove rive.

Ma c’è di più. Non interessa sapere se Ulisse sia un personaggio reale o frutto di fantasia. Ci appassiona la nostalgia del suo nostos, che è testimonianza di un tempo archetipale che traccia misteri, segni, luoghi e fa della nostra ricerca un viaggio per tentare di catturare i segreti di quell’isola che è il nostro destino, dei destini che diventano avventure. Gli eventi condizionano tutto il percorso. Il mito allora come rivisitazione degli eventi.

Il viaggio di Ulisse si risolveva in un’avventurosa peregrinazione per i mari, le isole, i porti del Mediterraneo; Enea, viceversa, edifica nel suo itinerario una biografia etico-religiosa con finalità politico-universalistiche.

L’Odissea insegna negli avvenimenti di Ulisse, e nella sua saggia condotta, la sapienza privata appresa dalla lunga conoscenza del mondo e dalla conoscenza della fortuna, le cui vicende, come spesso dal sommo della felicità ci urtano nel sommo delle disgrazie, così dal fondo delle disgrazie ci sollevano al sommo della felicità; in modo che né sicuri delle cose prospere dobbiamo vivere, né abbandonarci nelle avversità; ma piuttosto armarci di fortezza, per resistere e riservarci allo stato migliore. Perciò Ulisse sbattuto dai venti, minacciato dai pericoli, allontanato dalla patria da tante tempeste, pur non si perde mai di animo: come avvenne quando, partito da Calipso, scampato agli inganni di Circe, all’empietà di Polifemo, alla crudeltà dei Ciconi, alle lusinghe delle Sirene, e ad altri travagli, fu alla fine della tempesta portato alla regione dei Feaci dove, ristorato da Nausicaa, fu accolto dal re Alcinoo e rimandato felicemente a casa.

Ora le avventure di Ulisse possono ben rappresentare il repertorio più completo della realtà umana: un inventario della vita e del destino, che si esplicano in esperienze e caratteri d’apertura universale. E dietro le figure e le peripezie di Ulisse e dei compagni, nella parabola delle sorti individuali, si riflette l’infinita trama dell’essere.

A distanza di tanti secoli la vetusta poesia omerica continua a trasmettere gli “esemplari” dell’umanità; e alla nostra sensibilità palesa una vigorosa dimensione di realismo proiettata in una dimensione leggendaria. Secondo Manara Valgimigli Ulisse rimane “la figura più ricca di umanità che la poesia greca abbia creato, nella sua ricchezza singolarissima di prudenza e di coraggio, di curiosità e di intelligenza, di generosità impetuosa e di calcolata freddezza, di fiducia e di dubbio, di caldissima e nobilissima astuzia”.

Egli ha capito che la vita è conoscenza, ma anche memoria e rispetto della propria intimità, degli affetti originari, della casa avita.

All’opposto di Ulisse che circumnaviga le terre mediterranee per concludere la vita nel ritorno, il destino di Enea nasce dalla distruzione, dalla fuga e dall’esilio definitivo. Troia brucia, c’è il massacro dei vinti. Enea fugge dalla sua terra e comincia a percorrere una nuova rotta; perduta ogni speranza cerca nuove radici. La patria, i Penati, gli affetti se li porta con sé verso l’ignoto, ma con l’idea della terra promessa e l’occulto progetto di fondare una nuova patria e un nuovo ordine. Nell’Eneide il destino si fa storia e civiltà, e queste sono dirette da un’idea di progresso e d’universalità. È la prima volta che un organismo mitico-letterario si assume il ruolo della missione storica e si ipostatizza a capostipite di una tradizione secolare. Enea trasferisce le fondamenta di un destino di civiltà dall’Oriente all’Occidente. L’esperienza dell’eroe non può dissociarsi da un significato simboleggiante che la supera. È la prima volta che il personaggio incarna un’idea e si identifica con lo spirito della storia. Egli edifica nel suo itinerario una biografia etico-religiosa con finalità politico-universalistiche. Gli incontri che Enea fa nel panorama geografico non hanno più nulla della curiosità leggendaria implicita nei viaggi di Ulisse. Il rapporto che egli inaugura con la realtà si fonda ogni volta su una situazione di coscienza. Enea compie il suo viaggio non per cercare la morte, ma per impossessarsi della vita attraverso il Tempo. Non aveva un’Itaca da ritrovare ma una patria da rifondare. Anch’egli però si trova tra le acque a remare e una volta approdato in terra ferma il suo destino è quello di creare la dimensione della rinascita., di costruire il futuro con dentro gli occhi l’identità della perdita.

Rileggere oggi questi miti non è soltanto un tuffo in una visione archeologica, ma è sostanzialmente qualcosa di più. È un viaggio nel quale l’appartenenza oltre ad essere una metafora è una costante nostalgia.

I miti del Mediterraneo

odisseo8L’uomo di una civiltà perduta (orfano e senza progetti) va alla ricerca della sua identità. Ma la sua identità è nella storia del tempo.

Enea ed Ulisse lo hanno testimoniato, l’uno andando alla ricerca di una nuova patria da edificare sull’immagine di quella distrutta, l’altro andando alla ricerca del ritorno. Ma in entrambi, il ritorno alle antiche origini ha rappresentato l’asse dominante intorno al quale far ruotare la coscienza dell’essere e del tempo.

Enea ed Ulisse navigano ancora le acque di questa civiltà? O vanno alla ricerca, come noi, di una nuova età?

L’anima del mondo ha sempre più bisogno di restare fedele a un’identità. La certezza dell’identità sta nel saper riandare alle origini della coscienza. Enea ed Ulisse sono i simboli dell’esistenza e del destino dell’uomo e della sua capacità di essere e di comprendere la solitudine e l’angoscia del tempo, ma anche le ragioni della rinascita di questa coscienza.

Se li rimeditiamo, forse saremo in grado di meditare noi stessi, dispersi nella civiltà della non identità e del progresso, incapaci di comunicare in una stagione della società, definita troppe volte della comunicazione totale.

Abbiamo tutti bisogno di radici, perché “siamo tutti inseguiti dalle nostre radici” (E.M.Cioran).

E abbiamo bisogno di memoria per capire ciò che siamo stati e per identificare ciò che siamo.

La nostalgia di una civiltà! Una nostalgia che i popoli mediterranei rincorrono. Una nostalgia che è dentro il viaggio di quelle culture e il vivere di quelle culture che hanno avuto e hanno come riferimento il mare.

Il mare è il punto di contatto certo dell’identità della mediterraneità. I popoli che costeggiano il mare sono popoli che hanno conosciuto l’attesa, la partenza e il ritorno. Sono popoli che non dimenticano. La continuità tra i popoli è la riaffermazione di quei valori che hanno fatto del Mediterraneo un centro di culture.

Riscoprire i miti significa dunque riappropriarsi degli archetipi che mancano ad una società ormai desacralizzata. I miti sono la decodificazione di un vissuto, sono nel fascino e nel mistero, sono quella quotidiana attesa nella quale ci ritroviamo.

E l’Europa sarà capace di rispondere alle sfide del mondo moderno solo se sarà capace di difendere la sua cultura. E la sua cultura si difende se tutti saremo capaci di riappropriarci della tradizione e rendere questa tradizione identità del (e per il) futuro.

Concludendo vorrei lanciare a tutti i popoli del Mediterraneo un messaggio personale di pace scritto in lingua latina, la lingua degli ultimi dominatori del mare in epoca antica, che sia propizio a una fattiva collaborazione per costruire insieme un mondo migliore.

Prima nuntium pacis freta accipiant
quae ad oras hospitales populos migrantes pergant.
Tuque o pelagus simultates nobis eripe
Veterumque fave venerandam pacem petenti virum.

Nunc nostra demum serenum corda iuves,
haec ut qualemcumque gentem externamque religionem excipiant.
Quies sit animo paventi hominum divumque minas.
Instet virtus quae anteire metus et cupiditates exstinguere pergat,
neque bella videat neque monstra ubicumque gentium ulla.

“Accolgano le onde fin dall’inizio un messaggio di pace
affinché spingano i popoli in cammino su coste ospitali
e tu, o mare, strappa a noi le rivalità odiose
e favorisci chi chiede la veneranda pace degli antichi uomini.
Ora, pacificato, ispira i nostri cuori ad accogliere ogni razza, ogni
straniera religione.
Rimanga tranquillo l’animo di fronte alle provocazioni di uomini e Dei.
Sia salda la virtù affinché esorti a superare le paure e l’egoismo,
e non veda più guerre né atrocità in nessuna parte del mondo”.

This with his heavy baggage (threats of war, ongoing wars, refugees, exiles, non-EU status, betrayed and raped women, children vilified) reflecting in the dramas of the past, can be found in the story of the elderly the link on the relevant issues and young people thanks to the authority of classical texts, both to the story (story, Fable, legend) often vibrant exciting memories of those who lived in the first painful experiences can be found in the “memory”If not the solution to their questions, at least one drive to do better.percorsoenea10inf-2

The myth is memory, the reference only when you want to discover the sense of roots, as a sense of belonging. But the myth is also symbolic valences from fable and sacral. The myth is the hope that turns into a dream, is a dream that perpetuates the hope. The myth makes it possible to go beyond the record, to overcome the barriers of time, building a store of memories that make up the historical memory, without which it is not only the man, but a society, a people.

Perhaps the loss of the sense of the contemporary age is also in loss of primordial roots that life tends.The conflicts that shake the contemporary man may also depend on the loss of imagination, one that defeats the story and then death, creating characters and stories in fable, that, precisely because this, always return in his poetic fabric, passing from generation to generation and cultivating the memory.

Therefore, only through the recovery of a mythical dimension you can penetrate the human crisis and overcome it. Because the myth is over the story, is the holiness that lives which however he left time and him towards. There is no memory without myth.Peoples and men themselves then only in memory.

We were and we are Greeks. The Greek is the Mediterranean which does go. The land is going to penetrate the sense of history. A story that she collects in nostalgia because it is made of myth, symbols, echoes. And that the Greek world we have gathered the profiles, the feeling of destiny, the sacred and the projections of the Godhead, love and eros, heroism, waiting.

The Mediterranean is not just a journey. Is mostly waiting. Hellenic culture and the wait is worth it.“And we were the Greeks. And maybe we are still “.So says Valerio m. Manfredi in “the Western Greeks”.

But the Mediterranean knew and still knows the encounter and the clash of civilizations. The ancient Mediterranean was Greek, Phoenician-Punic, Roman. A whole Arab world came to reckon with different identities. You have to seize that inheritance: a legacy whose interpretation is in the interpretation of myths, which tell us of the adventures of peoples.

And the Mediterranean myth par excellence is that of Odysseus, followed by that of Aeneas. Their trip takes place by sea, it represents the future. Both the heroes have in common the browsing experience, adventure and returns of the suffering both of whom longs to return to his distant homeland, both of whom survived the war, want moves into new venues.

They are symbols that allow us to pick up our being over time that keep the memory of our roots never severed, and handed down through the ages, as sound waves, travel, sounds of castaways, by migrants.

The legacy is to recognize these voices that suggest new paths, that in the future the redesign. A future that now as then by nostalgia, which contrasts with the siren song silent pain of survivors that thousands try to reach new shores.

But there’s more. Not interested in whether Odysseus is real or a figment of the imagination. We fell in love the nostalgia of his nostos, which is evidence of an archetypal time mapping the mysteries, signs, places and forms of our research a trip to try to capture the secrets of that island that is our destiny, the fates that become adventures. The events affect all the way. The myth then as retelling of events.

The journey of Odysseus is solved in an adventurous pilgrimage to the seas, Islands, ports of the Mediterranean; Aeneas, by contrast, builds on his itinerary a biography with religious and ethical political purposes-universalistic.

The Odyssey teaches in events of Odysseus, and his wise conduct, wisdom learned from personal knowledge of the world and knowledge of fortune, whose story, as often by the supreme happiness we bump into the Chief of misfortunes, so from the bottom of the misfortunes we raise to the top of happiness; so that neither sure of things prosperous must live, nor abandon ourselves in adversity; but arm ourselves to the fortress, to resist and reserve best State. So Ulysses slammed from the wind, threatened by dangers, strayed from their homeland many storms, while not lost never mind: how happened when, starting from Calypso, escaped to the deceptions of Circe, the ungodliness of Polyphemus, the cruelty of the Cicones, the lure of the sirens, and other travails, was at the end of the storm led to the land of the Phaeacians where, refreshed by Nausicaa, was greeted by King Alcinous and happily returned home.

Now the adventures of Odysseus may well represent the most complete repertoire of human reality: an inventory of life and fate, which pursued in experiences and opening universal characters. And behind the figures and the vicissitudes of Ulysses and companions, in the parable of individual fortunes, it reflects the endless plot.

After many centuries the ancient Homeric poetry continues to transmit the “copies” of humanity; and our sensitivity makes a vigorous realism dimension projected into a legendary. According to Manara Valgimigli Ulysses remains “the richest figure of humanity that has created Greek poetry, in his most unusual wealth of prudence and courage, curiosity and intelligence, generosity and impetuous calculated coldness, of trust and doubt, hot and noble’s cunning”.

He understood that life is knowledge, but also memory and respect of their privacy, of suffering, of avita.

Contrary to Ulysses who circumnavigates the Mediterranean lands to end life in return, Enea’s fate comes from destruction, and escape from exile. Troy Burns, there is the massacre of the vanquished.Aeneas flees his homeland and begins to take a new route; lost all hope seeks new roots. La patria, Penati, affections if carries them into the unknown, but with the idea of the promised land and the occult project to found a new home and a new order. Nell’Eneide destiny makes history and civilization, and these are directed by an idea of progress and of universality. This is the first time that a mythical literary agency assumes the role of historical mission and ipostatizza to founder of a secular tradition. Enea moved the foundations of a destiny of civilization from East to West. The experience of the hero can not dissociate from the symbolic significance outweighs. This is the first time that the character embodies an idea and identifies itself with the spirit of the story. He builds in a route his ethical-religious biography with political and universalistic purposes. The meetings that Aeneas is geographical landscape no longer have nothing legendary curiosity implied in the voyages of Odysseus. The relationship that he opens with reality is based on a situation every time. Aeneas fulfills his trip not to seek death, but to gain possession of life through time. Did not have an Ithaca to find but a homeland to refound. He too, however, lies between the waters to row and once arrived in the Mainland on his destiny is to create the size of rebirth, to build the future with the eyes of identity loss.

Reread today these myths is not just a dip into a vision of archaeology, but is substantially more. Is a journey in which membership is not only a metaphor is a constant nostalgia.

The myths of the Mediterranean

odisseo8

The man of a lost civilization (orphan and without projects) goes in search of his identity. But his identity is in the history of time.

Aeneas and Odysseus have testified, the one going to looking for a new home to build the image of the one destroyed, the other going to looking back. But in both, the return to the ancient origins has represented the dominant axis around which to rotate the consciousness of being and time.

Aeneas and Odysseus sailing again the waters of this civilization? Or go looking, like us, of a new age?

The soul of the world has increasingly need to remain faithful to an identity. The certainty of identity lies in knowing how to go back to the origins of consciousness. Aeneas and Odysseus are the symbols of existence and destiny of man and his ability to be and to understand the loneliness and anxiety, but also the reasons for the revival of this consciousness.

If rimeditiamo them, maybe we will be able to meditate on ourselves, dispersed in non-identity and civilization of progress, unable to communicate in one season of the company, called too many times of total communication.

We all need roots, because “we all chased from our roots” (E.M.Cioran).

And we need to understand what we were and to identify what we are.

The nostalgia of a civilization! A nostalgia that Mediterranean peoples chasing. A nostalgia that is in the journey of those cultures and living of those cultures who have had and have as a reference.

The sea is the contact point certain of the identity of the Mediterranean. The Nations that border the sea peoples who knew the wait, the departure and return. Are people who do not forget. The continuity among peoples is a reaffirmation of those values that have made the Mediterranean a centre of culture.

Rediscover the meek means reappropriate archetypes that are missing to a company must now.Myths are the decoding of a lived, are the charm and mystery, are daily waiting in which one we have.

And Europe will be able to meet the challenges of the modern world only if it will be able to defend its culture. And its culture defends itself if all we can reclaim the tradition and identity of the tradition to make this (and for) the future.

In conclusion I would like to throw to all the peoples of the Mediterranean a personal message of peace written in Latin language, the language of the last rulers of the sea in ancient times, which is conducive to an active collaboration to build together a better world.

Prima nuntium pacis freta accipiant
quae ad oras hospitales populos migrantes pergant.
Tuque o pelagus simultates nobis eripe
Veterumque fave venerandam pacem petenti virum.

Nunc nostra demum serenum corda iuves,
haec ut qualemcumque gentem externamque religionem excipiant.
Quies sit animo paventi hominum divumque minas.
Instet virtus quae anteire metus et cupiditates exstinguere pergat,
neque bella videat neque monstra ubicumque gentium ulla.

“Welcome the waves from the outset a message of peace
to push the people walking on coast hospitality
and thou, o sea, snatches us hateful rivalries
and prioritize those who ask the venerable peace of ancient men.
Now pacified, inspires our hearts for each race, each
Foreign religion.
Remain calm the soul in the face of provocations by men and gods.
It is the virtue that calls to overcome fears and selfishness,
and not see more wars nor atrocities anywhere in the world “.