Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia

Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia

Una nuova conferma delle origini eterodosse dell’italiano mette in crisi secoli di monopolio letterario e culturale: i poeti siciliani diffusi in Lombardia prima che in Toscana


Noemi Ghetti
venerdì 14 giugno 2013 17:13

Confronto tra il testo poetico toscanizzato e quello ritrovato in Lombardia (immagine tratta dall'articolo di Segre sul  Corriere della Sera)

Confronto tra il testo poetico toscanizzato e quello ritrovato in Lombardia (immagine tratta dall’articolo di Segre sul Corriere della Sera)

Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Il tema è riproposto da Cesare Segre in un articolo sulCorriere della Sera del 13 giugno, che sottolinea come proprio al «cambiamento di prospettiva» nella ricerca sia dovuto l’improvviso rivelarsi, negli ultimi tempi, di manoscritti duecenteschi in luoghi fino ad ora insospettabili. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti.
Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, ‘il Notaro’ fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l’unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno.
Adesso come allora, ancora una volta per noi, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»: questi ritrovamenti suonano come una convalida dell’originale idea che la nostra lingua nasca agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico, sviluppata nel 2011 nel saggio L’ombra di Cavalcanti e Dante (L’Asino d’oro edizioni).

Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l’originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare.
Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l’Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all’indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell’Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d’amore e d’avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall’Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo.
La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell’Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell’averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell’ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall’amore per la donna all’amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Conviviofino alla Commedia. Venne, nell’anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l’esilio da Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti.

Nel Poema sacro Federico II è condannato all’Inferno (X) nel girone degli eretici «che l’anima col corpo morta fanno», a cui è destinato il maestro e «primo amico», dotato sì di «altezza d’ingegno», ma che «ebbe a disdegno» la fede. Pier delle Vigne, poeta siciliano segretario dell’imperatore, è collocato tra i suicidi, e racconta a Dante il proprio dramma in modo involuto, perché la colpa imperdonabile dei Siciliani, agli occhi di Dante, è l’avere tentato una ricerca sull’amore passione carnale, al di fuori della religione, inventando una nuova lingua. Sordello da Goito, trovatore che aveva trovato fortuna in Provenza ed era rientrato in Italia nel 1269, di origini mantovane al pari di Virgilio, è collocato invece nel Purgatorio (VI-VIII), al pari di altri poeti del Duecento.
Il pregiudizio nei confronti dei Siciliani ha dunque radici antiche, e un’analisi attenta dei testi danteschi e le soluzioni che via via si imposero nella secolare ‘questione della lingua’ dimostrano come, a dispetto dei riconoscimenti, esso abbia origine da Dante stesso. Fu il Sommo poeta a costituirsi come ‘padre’ della moderna lingua italiana, oscurando cento anni di ricerca della poesia d’amore da cui essa era nata, con un sistematico lavoro di risemantizzazione in funzione spirituale e cristiana del lessico volgare delle origini. Ancora nell’Ottocento un critico sensibile come Francesco de Sanctis dimostra una certa sordità nei confronti dei poeti della Scuola siciliana, e si è dovuto attendere fino al 2008 per avere la prima edizione critica completa e commentata in tre volumi dei Meridiani.

Interessa qui segnalare a margine, nel ristretto numero degli studi ‘inattuali’ del secolo scorso come quelli di Bruno Nardi e Maria Corti, l’originale giudizio gramsciano deiQuaderni del carcere sul Duecento e Dante. Se è forse più conosciuto il saggio sul canto X dell’Inferno contenuto nei Quaderni(1931-32), con esplicite prese di distanza da Croce e importanti messaggi in codice destinati all'”ex amico” Togliatti, certo meno noto è l’apprezzamento di Gramsci per Guido Cavalcanti. Le sue parole, che lo erigono a «massimo esponente» della rivolta al pensiero teocratico medievale e del consapevole uso del volgare contro laromanitas e Virgilio, furono riprese quasi alla lettera da Gianfranco Contini. La Commedia è per Gramsci, che fu fine linguista, il «canto del cigno medievale», e il suo lavoro di latinizzazione del volgare segna la crisi della rinascita laica e il passaggio all’umanesimo cristiano. Leggere la Commedia «con amore» è atteggiamento da «professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici». Apprezzarne i valori estetici, scrive a Iulca in una lettera dal carcere del 1931 mettendola in guardia da una trasmissione acritica del poema ai figli, non vuol dire condividerne il contenuto ideologico.

Noemi Ghetti

in Sardegna il più antico vitigno del Mediterraneo occidentale

Scoperto in Sardegna il più antico vitigno del Mediterraneo occidentale

da fame di sud

 

di Redazione Fds

Il luogo della scoperta del vitigno, SardegnaOrmai è certo, più di un millennio prima di Cristo in Sardegna la civiltà nuragica praticò la coltivazione della vite. A questa conclusione si è pervenuti dopooltre 10 anni di ricerche condotta sui vitigni autoctoni della Sardegna e sugli antichi semi provenienti dagli scavi archeologici diretti dalla Soprintendenza e dall’Università di Cagliari. Sono infatti circa 15000 i semi di vite ritrovati nel sito nuragico di Sa Osa (Cabras), la cui datazione – ottenuta tramite il metodo del carbonio 14  – li vuole risalenti a circa 3000 anni, periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica. Si tratta dei resti della più antica coltivazione di vite mai trovata nell’area mediterranea occidentale e ci riporta alle origini della viticoltura in Sardegna, con tecniche di coltivazione non dissimili  da quelle praticate dall’uomo moderno. L’archeobotanica e la storia fino ad oggi attribuivano la diffusione della Vitis Vinifera (ossia la vite domestica) ai Fenici, instancabili navigatori, e poi ai Romani, ma gli studi che hanno condotto alla recente scoperta sarda potrebbero portare ad una riscrittura delle dinamiche di diffusione della vite all’interno del Mediterraneo occidentale.

I pozzetti nuragici nei quali sono stati ritrovati gli antichi semi di vite - Ph. CCB

La ricerca è stata svolta dall’èquipe del Centro Conservazione Biodiversità dell’Università di Cagliari (CCB – www.ccb-sardegna.it) e pubblicata nella rivista Vegetation History and Archaeobotany una delle più importati riviste internazionali del settore (la ricerca è stata firmata dal botanico cagliaritano Gianluigi Bacchetta, insieme a Mariano Ucchesu, Martino Orrù, Oscar Grillo, Gianfranco Venora, Alessandro Usai e Pietro Francesco Serreli). Al conseguimento dei risultati ha contribuito notevolmente l’innovativa tecnica di analisi d’immagine computerizzata messa a punto dai ricercatori del CCB in collaborazione con la Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia. Grazie a particolari funzioni matematiche sono state analizzate le forme e le dimensioni dei vinaccioli (i semi di vite) e i dati morfometrici dei semi archeologici sono stati messi a confronto con le attuali cultivar e con le varietà selvatiche della Sardegna.

Gli antichi semi di vite ritrovati in Sardegna - Ph. CCB

Dal confronto è emerso che questi antichissimi semi, oltre a mostrare una relazione genetica con la vite selvatica che vegeta spontanea sull’Isola, appartennero a una varietà coltivata a bacca biancacon forti relazioni con le varietà di Vernaccia e Malvasia oggi coltivate nella Sardegna centro-occidentale.

IL LUOGO DELLA SCOPERTA

La straordinaria scoperta si ricollega agli scavi archeologici che ad inizio anni 2000 furono avviati nei pressi di Cabras, a Sa Osa,  in concomitanza con la realizzazione di un tracciato stradale voluto dalla Provincia di Oristano. Ad emergere furono i resti di un antico insediamento nuragico probabilmente colpito da un’alluvione come sembra testimoniare la coltre di fango che li ricopre. L’equipe di archeologi coordinata da Alessandro Usai ha fra l’altro individuato una serie di profondi pozzi scavati nel calcare dai quali, rotta l’incrostazione di fango, sono emerse tracce di derrate alimentari dell’epoca come noci, granaglie, castagne, pesce e anche qualche pigna. Ma la grande sorpresa è stata trovare in questa sorta di proto-frigoriferi ben 15 mila semi di uva. Il materiale ritrovato è stato consegnato dagli archeologi ai paleobotanici del Centro di Conservazione della Biodiversità. Nel caso dei vinaccioli – ha spiegato Gianluigi Bacchetta, direttore del centro – il fatto di che si siano conservati nell’acqua e nel fango e non siano pervenuti fino a noi carbonizzati, come talvolta accade, ha permesso di analizzarne anche il colore che, insieme agli esiti ottenuti con la succitata tecnica di analisi d’immagine computerizzata, ha permesso di ascriverne alcuni a specie selvatiche, parenti strette della vite selvatica ancora presente in Sardegna, e altri a cultivar di tipo domestico simili a varietà di Vernaccia e Malvasia oggi coltivate nella Sardegna centro-occidentale.

Sia chiaro – tengono a precisare gli studiosi – che questa scoperta non permette di attribuire al popolo dei Nuraghi l’invenzione della viticoltura, la cui tecnica potrebbe benissimo essere stata derivata da contatti con popolazioni del Mediterraneo orientale, ma ha permesso di identificare la coltivazione più antica in quest’area geografica. Così come ancora mancano dati in merito alle capacità vinificatorie di questa remota civiltà sarda. Ecco perchè dopo questa importantissima scoperta, le indagini del gruppo di ricerca continueranno su altri siti archeologici alla ricerca di altre varietà di vitigno e in generale di dati che offrano un quadro ancora più esaustivo sulla coltivazione della vite nella antica Sardegna.

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Ulivi centenari patrimonio del Mediterraneo e dell’Unesco

Ulivi centenari patrimonio dell’Unes866621_635326773086117542_foto ulivo_768x489co. Se la proposta lanciata nei giorni scorsi dal portale “La terra di Puglia” diventasse realtà, Corato potrebbe vantare un esemplare di tutto rispetto, forse un progenitore della “cultivar coratina”.

«È alto quanto un palazzo di tre piani ed ha un tronco che per abbracciarlo ci vogliono quattro o cinque persone». Ce lo descrive così Giuseppe Del Console, nato e cresciuto nel frantoio di famiglia, attento conoscitore e amante del nostro territorio.

Da tempo avremmo voluto parlare di questo ulivo che troneggia in una proprietà privata di via Santa Lucia e in questi giorni abbiamo avuto l’occasione giusta per farlo.

La petizione si pone due obiettivi specifici: «il riconoscimento da parte dell’Unesco degli antichi ulivi pugliesi quale patrimonio dell’umanità» e «l’istituzione ad aree protette delle zone ad alta intensità olivicola».

Le firme raccolte sono già 700. L’iniziativa sarà sottoposta all’attenzione della Regione Puglia e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Condividendo il progetto anche su Twitter, gli organizzatori hanno sottolineato come «le immense distese di uliveti che caratterizzano la Puglia debbano essere tutelate e proclamate aree protette per il loro alto e particolare valore ambientalistico, paesaggistico, storico ed alimentare».

Riguardo al nostro ulivo, pare non siano stati fatti studi scientifici per accertarne la datazione in maniera del tutto precisa, ma non si sbaglia a dire che è stato piantato circa 500-600 anni fa.

«Pare che gli ulivi che producono la coratina non esistessero nelle nostre zone fino a prima delle crociate» continua Del Console. «Ad importare a Corato le prime piante dall’oriente furono alcuni monaci. Loro stessi, com’era d’uso per gli ordini religiosi, si presero cura degli alberi, sviluppandone e perfezionandone la resa.

Solo dopo piante di ulivo come le nostre si sono diffuse nelle zone limitrofe, si pensi a Canosa e Andria. Una tipologia di albero abbastanza resistente agli attacchi dei parassiti e degli agenti atmosferici, con una buona produzione di olive e un’ottima resa per l’olio. Senza parlare ovviamente delle ormai note proprietà organolettiche».

Rendere questo ulivo patrimonio dell’Unesco potrebbe significare tante cose, per esempio riuscire a renderlo un’attrattiva per il turismo, un simbolo indiscusso della storia del nostro territorio.

«Se avessero avuto questo albero in Toscana o all’estero – aggiunge ancora – non si esagera a pensare che attorno gli avrebbero creato un museo, che l’avrebbero reso quasi “tappa di un pellegrinaggio”.

Da anni cerco di sottoporlo all’attenzione di tutti. Vorrei che qualcuno si interessasse all’unico ulivo così antico che abbiamo in città. Averlo e dimenticarsene è davvero un peccato, nei confronti della natura e della storia».

Eppure c’è anche un’altra questione da non sottovalutare.

«Non si può pensare – precisa – che tutte le zone ad alta intensità olivicola debbano diventare zone tutelate. Bisogna tener presente che i proprietari delle terre devono veder tutelato il loro diritto di rendere produttiva gli appezzamenti che possiedono. E’ necessaria una distinzione. Esiste già una legge che punisce severamente chi abbatte gli ulivi senza autorizzazione.

Sono assolutamente d’accordo con la proposta di tutelare alberi come questo di cui parliamo oggi, tanto più se l’obiettivo è quello di dimostrare ai posteri le origini della nostra storia.

Inoltre, c’è da dirlo, bisogna che le istituzioni stiano al fianco dei proprietari degli alberi secolari se li considerano una ricchezza. Può sembrare banale ma per curare questa pianta secolare servono interventi specifici e attrezzature ad hoc, servono soldi».

In una delle due immagini dell’albero che vi proponiamo nella galleria fotografica, si vede l’ulivo secolare “ripulito” dalle piante che in realtà si trovano lì attorno: «è il sogno della valorizzazione della pianta secolare. Io e mia figlia abbiamo realizzato questo fotomontaggio ripulendo la zona circostante all’ulivo.

Esso attualmente si trova circondato da altri ulivi (come si vede nell’immagine utilizzata in homepage, ndr) e accanto non ha affatto una strada, tanto più come quella che si vede nell’immagine. Ho sempre sognato che quell’ulivo fosse raggiungibile come in questa immagine, che tutti potessero ammirarlo e che a prendersene cura fossero in tanti».

Chissà che questa non sia la volta buona. Ecco come sottoscrivere la petizione.

ENGLISH


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Centuries-old olive trees a Unesco.

If the proposal launched in recent days by the website “La terra di Puglia” became reality, Corato could boast a respectable, perhaps an ancestor of “coratina” cultivar.

«It is as tall as a three-storey building and has a trunk to hug it takes four or five people. ” EC describes him as Joseph of the Consul, born and raised in household crusher, careful scholar and lover of our territory.
By the time we wanted to talk about this olive tree that stands in a private estate of via Santa Lucia and these days we had the right opportunity to do so.
The petition has two specific objectives:the recognition by Unesco of the ancient olive trees of Puglia which heritage» and «the establishment to protected areas of intensive olive areas».
The signatures collected are already 700. The initiative will be submitted to the attention of the Puglia region and the United Nations Organization for education, science and culture. Sharing the project on Twitter, organizers have stressed how «the vast expanses of olive groves that characterize the Puglia must be protected and proclaimed protected areas for their high environmental value, and landscaping, food historian and».
About our olive trees, apparently have not been made scientific studies to determine the dating in a totally accurate, but it is wrong to say it was planted about 500-600 years ago.
«It seems that the olive trees that produce the coratina did not exist in our zone until before the Crusades» the Console. «Importing in Corato the first plants from the East were some monks. Themselves, as was customary for religious orders, took care of the trees, developing and perfecting the surrender.
Only after olive plants like ours have spread into surrounding areas, think of Canosa and Andria. A typology of tree quite resistant to pest attacks and atmospheric agents, with a good production of olives and an excellent performance for the oil. Not to mention of course now known organoleptic properties».
Make this olive tree Unesco could mean many things, for example to make it a tourist attraction, an undisputed symbol of the history of our region.
«If they had had this tree in Tuscany or abroad- adds- don’t overdo it to think that around would create a museum that would make almost “leg of a pilgrimage”.
By yearsI try to bring to everyone’s attention. I wish someone concerned the only way old olive tree that we have in the city. Have it and forget about it is really a pity, in respect of nature and history».
Yet there is also another issue to be reckoned with.
«You may not think- out -that all high-intensity areas should become protected areas concerned. We must bear in mind that land owners should have protected their right to make productive the plots they own. A distinction is needed. There is already a law that severely punishes anyone who shoots down the olive trees without permission.
I totally agree with the proposal to protect trees like this we are talking about today, especially if the goal is to demonstrate to posterity the origins of our history.
Moreover, there is to say, the institutions are on the side of the owners of the trees if you consider them a richness. It may seem trivial but to cure this age-old plant serve specific interventions and ad hoc equipment, need money».
In one of the two images of the tree that we propose in the photo gallery, you see the old olive tree “cleaned up” by plants that are found there around:is the dream of the valorization of old plant.My daughter and I have created this photomontage clearing the area around the olive tree.
It is currently surrounded by other olive trees (as seen in the image used on the homepage) and next doesn’t have any road, much like the one you see in the image. I always dreamed that Olivier was reached as in this picture, that everyone could see it and they take care of many».
Who knows that this is not the right time.